Capita spesso, soprattutto tra parenti, e, in particolare, tra genitori e figli, che vengano effettuate delle erogazioni di denaro a titolo di prestito, per esempio, per l’acquisto di una macchina, di un immobile, di mobilia, per l’apertura di un’attività, ecc.

Tecnicamente, questo prestito si chiama mutuo e costituisce un vero e proprio contratto, indipendentemente dalla circostanza che sia stipulato verbalmente o per iscritto.

Certamente, la stesura per iscritto del contratto può risolvere numerosi problemi: in primo luogo, lo scritto può costituire prova dell’erogazione del prestito ai fini di ottenerne la restituzione, e, in secondo luogo – non meno importante -, la prova, nei rapporti con l’Agenzia delle Entrate(con il Fisco, insomma) dello scopo per cui è avvenuto il trasferimento di denaro: a titolo di prestito e non, per esempio, a titolo di corrispettivo, pagamento per la forniture di beni e servizi, donazione o altro.

E’ necessario sottolineare che, nel caso in cui la somma in questione venga semplicemente “prestata”, è sufficiente, per la validità del trasferimento, il semplice accordo orale delle parti; diversamente, nell’ipotesi in cui chi ha effettuato il versamento (ad esempio il genitore in favore del figlio), non intendeva semplicemente concedere un prestito ma donare una somma di denaro, ai fini della validità della donazione, occorrerà fare dei distinguo: la donazione è valida anche senza un atto pubblico (cioè stipulato per atto notarile e alla presenza di due testimoni) solo se la donazione è di modico valore; se la donazione non fosse di modico valore, ai fini della validità della medesima dovrà, appunto, intervenire l’atto pubblico. Ai fini del giudizio circa la modicità o meno del valore della donazione sarà necessario fare riferimento alle condizioni economiche del donante e del donatario.

Ritornando alla questione principale, è piuttosto frequente che i prestiti tra familiari e, in particolare, tra genitori e figli, siano effettuati senza un corrispettivo a titolo di interessi: trattasi, in tale ipotesi, dei cosiddetti prestiti infruttiferi.

In tal caso, anche se lo spostamento del denaro è effettuato con la lodevole finalità di aiutare  propri familiari, resta la circostanza che ogni versamento di somme può ingenerare sospetti da parte del Fisco, giustamente impegnato a contrastare qualsiasi fenomeno e forma di evasione o elusione fiscale.

Per tale motivo, è fondamentale porre in essere tutti gli accorgimenti necessari a costituire prove idonee a giustificare i trasferimenti medesimi, e, in particolare, a dimostrare che dietro lo spostamento di denaro non si nasconda alcuna operazione imponibile.

Tale risultato può essere raggiunto, in modo piuttosto semplice, attraverso la predisposizione di una scrittura privata nella quale venga consacrato il contratto di prestito, con l’ulteriore fondamentale accorgimento di indicare la causale(ad esempio, in caso di prestito al figlio, la causale potrebbe essere: “prestito infruttifero in favore di…per acquisto auto, mobilia… ”, ecc.) del trasferimento patrimoniale, da effettuarsi, preferibilmente tramite bonifico (nel pagamento tramite assegno non sarebbe, infatti, possibile, indicare la causale del pagamento, mentre è vietata dalla legge il pagamento in contanti (e quindi con uno strumento che non sia tracciabile) di somme superiori agli euro 3.000.

Fermo restando che l’utilizzare il bonifico anche per somme inferiori a Euro 3.000 consente di precostituire una prova certa del passaggio del denaro e di prevenire ogni contestazione da parte dell’Agenzia delle Entrate.

Si diceva che, in ipotesi di prestiti per importi rilevanti – ma sarebbe opportuno farlo anche per spostamenti di denaro di più lieve entità -, è opportuno che l’accordo in base al quale venga concesso il prestito infruttifero in questione risulti da un documento scritto.

Infatti, se il contribuente (in questo caso il figlio che riceve un prestito infruttifero dal genitore) non ha un reddito sufficiente a giustificare l’acquisto effettuato con il denaro fornitogli, rischia di cadere nella “trappola” del cosiddetto redditometro: il Fisco è, infatti, in grado, orami da tempo – potendo disporre di sofisticati strumenti telematici ed evoluti sistemi di controllo – di confrontare gli acquisti di qualsiasi soggetto (ad esempio case, automobili , scuole private per i figli, ecc.) e il costo di mantenimento dei medesimi con i redditi del soggetto in questione.

Se le spese sono incompatibili con il reddito dichiarato, può scattare un accertamento fiscale.

In tali ipotesi, la difesa del contribuente non può consistere nell’eccezione che i soldi per l’acquisto sono stati forniti a titolo di prestito da parte di parenti o amici, ma è necessario fornirne la relativa prova. Tale prova potrà essere fornita tramite l’esibizione, appunto, di una scrittura dalla quale risulti l’accordo circa il prestito. Diversamente – e giustamente – l’Agenzia delle Entrate potrebbe avere buon gioco nell’affermare che il denaro utilizzato per gli acquisti di cui sopra è, in realtà, un reddito imponibile.

La scrittura con data certa anteriore alla concessione del prestito o alla donazione è la soluzione a tale problematica, anche al fine di comprovare che il prestito non prevede la corresponsione di interessi, che, a loro volta, se pattuiti, sarebbero soggetti a tassazione.

La data certa della scrittura potrà essere ottenuta in vari modi, tra cui un timbro postale, la registrazione della scrittura presso l’Agenzia delle Entrate, l’apposizione di una marca temporale, ecc.

Ulteriore questione riguarda la tassazione della registrazione della scrittura con la quale si è convenuto il prestito in questione.

E’ previsto, infatti, il pagamento dell’imposta di bollo di Euro 16 ogni quatto facciate dell’atto, oltre ad una imposta di registro del 3% sulla somma erogata in caso di prestito senza previsione di interessi, ovvero sulla somma erogata maggiorata degli interessi in caso di prestito fruttifero.

Trattasi di un’aliquota rilevante che può determinare il pagamento di importi consistenti a titolo di imposta di registro, ma il cui pagamento può essere evitato utilizzando un accorgimento perfettamente legale.

L’articolo 1, comma 1, lett. a), della Tariffa, Parte Seconda, allegata al d.P.R. 26 aprile 1986, n. 131, contiene una disposizione per la quale tutta una serie di atti e contratti, che dovrebbero essere registrati in un termine cosiddetto “fisso”, se formati mediante “corrispondenza” debbono essere registrati solo “in caso d’uso”: con la conseguenza che ai medesimi, salvo, per l’appunto, il caso di “uso”, non sarà applicabile l’imposta di registro del 3%.

Tra questi atti rientrano gli quelli di cui all’articolo 9, comma 1 – che sarebbero, come detto, invece, soggetti a registrazione in termine fisso, con l’applicazione di un’aliquota del 3% -, vale a dire gli atti diversi da quelli altrove indicati che abbiano per oggetto prestazioni a contenuto patrimoniale.

Tra gli atti sopra indicati rientrano appunto, quelli con cui si concordi la concessione di un prestito.

Si tratta, ora, di capire cosa significhi l’espressione atti formati mediante “corrispondenza”.

Per “corrispondenza”deve intendersi, in sostanza, uno scambio epistolare di comunicazioni scritte; in particolare, scendendo nel campo del diritto, è necessario fare riferimento ai principi che regolano la formazione del contratto a seguito di un “incrocio” tra proposta ed accettazione: l’art. 1326 Cod. Civ. prevede, infatti, che il contratto si concluda quando chi ha fatto la proposta abbia conoscenza dell’accettazione della controparte.

Ritornando alla definizione di corrispondenza, va evidenziato come la normativa sopra citata non parli espressamente di una spedizione tramite il servizio postale: si deve, infatti, ritenere che il concetto di corrispondenza abbia come presupposto una materiale trasmissione e una consegna del documento da un soggetto all’altro, ma si deve ritenere altresì che, oltre che col mezzo della posta, la trasmissione potrebbe avvenire anche tramite un corriere ovvero con una trasmissione a mani. Fermo restando che la trasmissione postale resta il miglior modo per documentare la conclusione di un contratto di prestito per corrispondenza.

La conclusione del contratto di prestito tramite corrispondenza potrebbe, quindi, determinare quale effetto l’esenzione del contratto medesimo dalla registrazione in termine fisso, e, quindi, dal pagamento dell’imposta di registro con aliquota del 3%.

Tutto ciò, naturalmente, se mutuante e mutuatario avranno l’accortezza di “incrociare” proposta ed accettazione, e, quindi, con l’invio e la ricezione della proposta e dell’accettazione stesse, tramite il doppio invio di raccomandate con avviso di ricevimento.

In conclusione, va ribadito come debbano ritenersi perfettamente legali i prestiti tra parenti, amici e conoscenti.

Mutante e mutuatario debbono, tuttavia – al fine di evitare spiacevoli inconvenienti di carattere fiscale -, prendere la precauzione di “consacrare” l’accordo intervenuto in una scrittura privata avente una data certa e specificare, nel bonifico, la causale del trasferimento patrimoniale.

Al fine di evitare il pagamento dell’imposta di registro prevista con un’aliquota del 3% sulla somma mutuata, le parti potrebbero concludere il contratto di mutuo tramite “corrispondenza”.

In pratica, e in concreto, ciò può essere fatto utilizzando le seguenti modalità:

  1. a) predisposizione una proposta di concessione di prestito infruttifero, sottoscritta dal proponente su un’unica facciata; b) il foglio in questione dovrà essere piegato in modo tale da contenere al suo interno la parte “scritta” ed al suo esterno essere completamente bianco: all’esterno verrà apposto nome, cognome ed indirizzo del mittente nonché nome cognome e indirizzo del destinatario della proposta (plico senza busta); c) invio del plico senza busta a mezzo raccomandata con avviso di ricevimento al destinatario della proposta; d) a propria volta, il destinatario dovrà accettare la proposta utilizzando il medesimo procedimento di cui sopra.

E’ molto importante ricordare che proposta ed accettazione dovranno essere inviate senza l’utilizzo di alcuna busta, poiché la busta sarà costituita dal foglio stesso una volta ripiegato su se stesso. Ciò è fondamentale, poiché l’apposizione del timbro postale sul retro del foglio sarà idonea a conferire la data certa a proposta ed accettazione, e, quindi, allaconclusione del contratto.

Non è invece idonea ad attribuire la data certa ai documenti di cui sopra l’apposizione del timbro postale su un’eventuale busta ove siano inseriti proposta ed accettazione.

All’esito della conclusione del contratto (che, lo si ribadisce, avviene nel momento in cui è pervenuto al proponente il plico senza busta contenente l’accettazione) è necessario conservare documentazione e ricevute delle raccomandate.

Concluso il contratto in questione, il mutuante potrà provvedere al trasferimento della somma tramite bonifico, avendo, lo si ribadisce, l’accortezza di indicare la causale del trasferimento di denaro.

 

 

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